“Dicono che l’inflazione è al 5%… ma mentono.” Così comincia un carosello su Instagram dell’account angelogrecoofficial, la copertina di una serie di slide sulla spesa. L’Istat, l’ufficio statistico nazionale, ha misurato a ottobre un aumento dei prezzi del 5,4% su un anno; un sondaggio, di cui i resoconti non riportano la domanda, parla invece di inflazione percepita del 13,3%. Chi ha ragione?

Per rispondere ho controllato le cifre del carosello e le ho affiancate ai dati ufficiali, in nove tappe: dalle cifre del carosello fino ai limiti dei numeri.

Dei prezzi di ottobre, e di che cosa è salito nel carrello, ho già scritto in “Inflazione al 5,4%: che cosa costa di più nel carrello”: qui non lo ripeto.

Che cosa regge delle cifre del carosello?

Il carosello cita cinque numeri. Ecco che cosa si può controllare, secondo i dati che ho raccolto.

Cifra del caroselloEsitoChe cosa dicono le fonti
Inflazione di ottobre +5,4%VeraIstat, dati provvisori, 30 ottobre 2026
Rincari percepiti 13,3%Vera come risultato del sondaggiol’istituto Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore, 2.000 persone intervistate dal 14 al 19 ottobre; la rassegna stampa e l’agenzia non riportano la domanda né il metodo
Carrello +27,8% dalla fine del 2021ParzialeCon la definizione dell’Istat il carrello è a +25,6%; il 27,8% è vicino al +28,1% dei soli alimentari
52% ha cambiato abitudini; 26% ha tagliato pesce e frutti di mare; 20% la carne rossaNon controllatiSono nell’articolo del Sole 24 Ore, che è a pagamento
Esempi con 100 euro (105,40 con il 5,4%; “quasi 128” con il 27,8%)VeriSono conti di aritmetica

Il carrello della spesa, nella definizione dell’Istat, comprende alimentari, prodotti per la casa e per la persona. Il Sole 24 Ore ha un suo paniere di 31 prodotti (+29,5% dal 2021 al 2026, secondo l’ANSA): quale usi per il 27,8% non è scritto nel carosello.

Resta la parola in copertina, «mentono». Il carosello stesso dice, nelle slide, che il 13,3% è una percezione e non sostituisce il dato dell’Istat. La copertina è più dura del contenuto.

Che cosa percepiamo, e che cosa misura l’Istat?

L’Istat calcola l’inflazione con un indice dei prezzi di ciò che si compra davvero. La percezione, invece, si misura chiedendo alle persone. L’inchiesta mensile della Banca centrale europea (BCE) sulle famiglie, circa 19.000 persone in 11 paesi dell’euro, Italia compresa, chiede alle persone di quanto, secondo loro, sono cambiati i prezzi negli ultimi 12 mesi.

Le risposte si riassumono in due modi. La mediana è la risposta di mezzo: metà delle persone dice di più, metà di meno. La media somma tutto e si alza quando alcuni indicano valori altissimi.

Le serie della BCE e delle classi di spesa arrivano a settembre 2026; il 5,4% di ottobre è provvisorio. Per questo il confronto è con l’Istat dello stesso mese.

MesePercepita, medianaPercepita, mediaMisurata (Istat)
ottobre 202211,2%17,3%11,8%
ottobre 202310,1%15,4%1,7%
ottobre 20244,9%8,1%0,9%
ottobre 20255,0%9,1%1,2%
settembre 20265,0%9,0%4,2%

Ne escono tre cose:

  • Nel 2022, al picco dei prezzi, la persona “tipica” percepiva quasi esattamente l’inflazione misurata: 11,2% contro 11,8%.
  • Oggi la distanza è piccola: 5,0% contro 4,2%. Era altrettanto piccola solo a ottobre 2022; negli altri mesi della tabella era di quasi 4 punti o più.
  • Nel mezzo la percezione è scesa molto più piano dei prezzi: a ottobre 2023, 10,1% contro 1,7%.

Il 13,3% del sondaggio di Noto e il 5,0% della BCE non si possono affiancare senza cautela. Sono due indagini diverse, con domande e campioni diversi. Se il 13,3% fosse una media, e non è dichiarato, il confronto giusto sarebbe con il 9,0% della BCE.

Perché nel 2024 e nel 2025 la percezione restava alta?

Nel 2024 e nel 2025 l’inflazione misurata era all’1,3%, in media sui mesi. La percezione mediana era di circa il 5%: circa quattro volte più alta. È il dato che sorprende di più.

Una spiegazione possibile è la memoria dei prezzi. Un’inflazione che rallenta non riporta i prezzi indietro: li fa crescere più piano su un livello già più alto. Chi ricorda che cosa costava la spesa nel 2021 continua a vedere uno scontrino più caro, anche quando l’aumento dell’ultimo anno è piccolo.

Questa è un’interpretazione: i dati della BCE non la misurano. Dicono che la percezione è rimasta alta; non dicono perché.

Un esempio mostra perché i due numeri possono convivere. “Rallenta” non vuol dire “costa meno”: se un prodotto passa da 100 a 120 euro e l’anno dopo sale del 2%, costa 122,40. Il tasso è basso, il prezzo è più alto di prima.

Quanto sono saliti i prezzi dalla fine del 2021?

Dalla fine del 2021 a ottobre 2026 l’aumento dei prezzi, secondo gli indici dell’Istat, è questo:

  • Indice generale (NIC, l’indice dei prezzi che l’Istat usa ogni mese per l’inflazione “ufficiale”; tutto ciò che si compra): +21,4%.
  • Carrello della spesa (alimentari, prodotti per la casa e per la persona): +25,6%.
  • Solo alimentari: +28,1%.

Ho calcolato le variazioni dagli indici dell’Istat.

In pratica una spesa che a fine 2021 costava 100 euro oggi ne costa circa 126 e, se è solo cibo, circa 128. Il +27,8% del Sole 24 Ore sta in mezzo, più vicino al cibo che al carrello. Il carosello non sbaglia di molto: la definizione conta.

Da dicembre 2021 i prezzi sono più alti del 21,4% (del 25,6% nel carrello): è l’aumento del livello dei prezzi, non una misura della percezione degli ultimi 12 mesi.

L’Istat pubblica due indici dei prezzi: il NIC, quello dell’inflazione di ogni mese, e l’IPCA, quello europeo, calcolato con le stesse regole in tutta Europa per confrontare i paesi. Misurano il paniere in modi un po’ diversi e danno risultati un po’ diversi: uso il NIC per i confronti generali e l’IPCA per i gruppi di famiglie.

La media è uguale per tutte le famiglie?

No. L’Istat pubblica l’inflazione anche per gruppi di famiglie. Le divide in cinque gruppi di uguale numero secondo quanto spendono, tenendo conto di quante persone ci sono in famiglia, e per ogni gruppo calcola un indice con i pesi della sua spesa. Qui uso l’IPCA, l’indice europeo armonizzato dei prezzi, che l’Istat pubblica per queste classi.

Grafico a barre dell'aumento dei prezzi da dicembre 2021 a settembre 2026 per cinque gruppi di famiglie: +24,3% per chi spende meno, +22,5%, +21,4%, +20,3%, +19,3% per chi spende di più.
Aumento dei prezzi da dicembre 2021 a settembre 2026, famiglie divise in cinque gruppi per livello di spesa. Fonte: Istat, IPCA per classi di spesa (base 2025).

Da fine 2021 a settembre 2026 i prezzi sono saliti del 24,3% per il quinto delle famiglie che spende meno e del 19,3% per quello che spende di più (Istat, indici per classi di spesa). La distanza è di 5 punti percentuali. Per confronto, l’IPCA di tutte le famiglie, nello stesso periodo, è +20,9%.

Nel 2022, il momento peggiore, l’inflazione è stata del 18,6% per le famiglie che spendono meno e del 9,9% per quelle che spendono di più (ottobre 2022, sull’anno; con l’altro indice, il NIC della tabella di prima, era l’11,8%; l’IPCA di tutte le famiglie era al 12,6%).

La ragione è nel paniere, cioè nell’elenco dei prodotti e dei servizi che si comprano e che l’indice misura: per le famiglie che spendono meno l’energia vale il 17% della spesa, per quelle che spendono di più il 7% (Istat, 2026: quanto ogni voce pesa sulla spesa delle famiglie). Il carosello lo intuisce con parole sue (“se rincarano soprattutto le cose di cui non puoi fare a meno, il tuo bilancio può soffrire più di quanto dica il dato medio”): qui c’è il numero.

Non è sempre così. Nel 2024, quando l’energia è scesa, le famiglie che spendono meno hanno avuto meno inflazione delle altre: 0,1% contro 1,6%, medie annue dell’Istat.

La media descrive l’insieme; non dice come sta ciascun gruppo.

E le retribuzioni contrattuali?

Per capire se la spesa pesa di più bisogna guardare anche quanto si guadagna. L’Istat pubblica le retribuzioni contrattuali per dipendente, cioè i minimi fissati dai contratti nazionali di lavoro: non sono gli stipendi effettivi.

Grafico a linee, dicembre 2021 = 100: a settembre 2026 i prezzi (NIC) sono a 120,3 e le retribuzioni contrattuali a 113,5, con un picco isolato a dicembre 2023; a settembre 2026 il potere d'acquisto è sceso del 5,7%.
Prezzi (NIC) e retribuzioni contrattuali per dipendente, da dicembre 2021 (= 100) a settembre 2026. Fonte: Istat.

Da dicembre 2021 a settembre 2026, ultimo mese disponibile per le retribuzioni:

  • Retribuzioni contrattuali: +13,5%.
  • Prezzi (NIC, l’indice che l’Istat usa per l’inflazione di ogni mese): +20,3%.

Con il NIC il potere d’acquisto, cioè quanto si compra con la stessa retribuzione, è sceso del 5,7%; con l’IPCA, che è l’indice usato per le classi di spesa, del 6,2%. Il punto più basso è stato dicembre 2022 (−9,1%): da allora le retribuzioni hanno recuperato in parte, ma nel 2026 i prezzi hanno ripreso a correre.

Due limiti sul fatto. Il confronto parte da dicembre 2021, la data del carosello e il punto subito prima della salita del 2022: con un’altra data di partenza il risultato cambierebbe. E le retribuzioni contrattuali non comprendono straordinari, premi aziendali e aumenti fuori dai contratti nazionali: le retribuzioni di fatto possono essere un po’ diverse.

Che cosa dicono le rinunce?

Il carosello chiede ai lettori: “a cosa hai dovuto rinunciare?”. Il dato ufficiale più vicino è dell’Istat, nel rapporto sulle spese per consumi delle famiglie del 2025.

  • 29,4% delle famiglie ha limitato la spesa per il cibo, riducendo la quantità o la qualità: quasi tre su dieci. Nel 2024 erano il 31,1%: la quota è scesa.
  • Abbigliamento e calzature: il 43,8% di chi li compra ha limitato la spesa; nel Mezzogiorno il 52,1%.

Sono cifre del 2025, quindi precedenti alla risalita dell’inflazione del 2026. Non sono confrontabili con il 52% del carosello, di cui non si conosce la domanda: i due numeri misurano cose diverse.

Che cosa dicono, insieme, i numeri?

Messi in fila, i dati dicono cose che il carosello e i titoli lasciano separate:

  1. Il 5,4% è vero, come media dei prezzi di ciò che le famiglie comprano.
  2. La percezione segue i prezzi al picco e resta più alta della misurata quando rallentano. Nel 2022 il dato tipico era vicino a quello dell’Istat (11,2% contro 11,8%); nel 2024-2025 era circa quattro volte più alto (circa il 5% contro l’1,3%, medie dei mesi). I dati della BCE non dicono perché.
  3. La media nasconde le differenze. Per il quinto delle famiglie che spende meno i prezzi sono saliti del 24,3% dalla fine del 2021, per quello che spende di più del 19,3%: 5 punti di distanza.
  4. Dal dicembre 2021 le retribuzioni contrattuali sono cresciute meno dei prezzi, in media: il potere d’acquisto è a −5,7%.

Quindi “mentono” non regge: il 5,4% è una media vera. Ma una media non dice come sta ogni famiglia. I dati sulle classi di spesa mostrano che chi spende meno ha visto salire i prezzi di più, e quelli sulle retribuzioni contrattuali che sono salite meno dei prezzi. Perché la percezione resti più alta della misurata, invece, i dati non lo dicono.

Che cosa i numeri non possono dire?

Tre limiti, che vanno tenuti presenti.

  • Il sondaggio di Noto. Domanda e metodo non compaiono nei resoconti che si sono potuti leggere; l’articolo del Sole 24 Ore è a pagamento. Il 13,3%, il 52%, il 26% e il 20% restano cifre non controllate.
  • Le retribuzioni. Sono solo quelle dei contratti nazionali, e non dicono che cosa guadagna ogni persona.
  • Il perché della percezione. Che sia la memoria dei prezzi di prima è un’ipotesi ragionevole; l’inchiesta della BCE non lo misura.

Non resta che vedere, nei prossimi mesi, se la percezione seguirà i prezzi quando rallenteranno, come non ha fatto nel 2024 e nel 2025.

Domande frequenti

L’inflazione è davvero al 5,4%?

Sì, secondo l’Istat l’inflazione di ottobre 2026 è al 5,4% rispetto a ottobre 2025: è un dato provvisorio, e l’Istat pubblica quello definitivo il 17 novembre. È una media dei prezzi di ciò che si compra, quindi non coincide con quanto sente ogni famiglia.

Che differenza c’è tra inflazione percepita e inflazione misurata?

La misurata è quella calcolata dall’Istat su centinaia di migliaia di prezzi raccolti ogni mese. La percepita è quella che le persone dichiarano nelle inchieste. A settembre 2026, nell’inchiesta della BCE, la percepita mediana in Italia era del 5,0% e la misurata del 4,2%.

Quanto sono saliti i prezzi dalla fine del 2021?

Secondo gli indici dell’Istat, a ottobre 2026 i prezzi sono più alti del 21,4% rispetto a dicembre 2021. Il carrello della spesa è a +25,6% e i soli alimentari a +28,1%. Sono variazioni del livello dei prezzi nel tempo, non l’inflazione degli ultimi 12 mesi: dicono quanto costa oggi in più ciò che costava a fine 2021. Il carrello comprende alimentari, prodotti per la casa e per la persona.

Chi spende meno ha avuto aumenti più alti?

Sì, secondo l’Istat, ma la distanza è di 5 punti: da dicembre 2021 a settembre 2026 i prezzi sono saliti del 24,3% per il quinto delle famiglie che spende meno e del 19,3% per quello che spende di più. Una ragione è nel paniere: per chi spende meno l’energia vale il 17% della spesa, per chi spende di più il 7% (pesi dell’Istat, 2026).

Le retribuzioni sono cresciute quanto i prezzi?

No: da dicembre 2021 a settembre 2026 le retribuzioni contrattuali sono salite del 13,5% e i prezzi del 20,3%. Il potere d’acquisto è sceso del 5,7%, secondo l’Istat. Sono i minimi dei contratti nazionali, non ogni stipendio. Il potere d’acquisto è la quantità di beni che si compra con la stessa retribuzione.

Scarica i dati e il codice

Ho raccolto in un file zip i dati e il codice con cui ho rifatto i conti, così chi vuole può ripetere le analisi. Dentro ci sono le tabelle elaborate in file CSV, cioè tabelle di testo semplice (inflazione percepita e misurata, classi di spesa, retribuzioni contrattuali), gli script che rifanno i conti e disegnano i due grafici, scritti in R, un linguaggio per l’analisi dei dati, e un file di istruzioni. I dati originali dell’Istat e della BCE non sono nel file: si scaricano dai siti indicati nelle fonti. Scarica i dati e il codice dell’analisi (zip): 22 KB (22.474 byte), file del 3 novembre 2026, SHA-256 c6650d2f7cce075d26d28ee73ee0a922484fbafdd54166d0b098761b65fc27b7.

Nota di metodo (per chi vuole controllare i conti)

Le variazioni dal 2021 sono calcolate sul NIC, l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, serie Istat per tipologia di prodotto (base 2015 fino a dicembre 2025, base 2025 dal 2026, raccordate sulla media 2025). Le classi di spesa usano l’IPCA, l’indice armonizzato europeo: per ogni gruppo l’Istat calcola un indice con i pesi della sua spesa, ricavati dall’indagine sulle spese delle famiglie. Per il 2026 l’Istat pubblica per ogni gruppo l’indice dei beni e quello dei servizi, non l’indice generale: li ho combinati con i pesi 2026 di ciascun gruppo, come si fa per un indice armonizzato, con un errore stimato di circa 0,1 punti (rifatto sul 2025, dove l’indice generale esiste, l’errore è al massimo di 0,11). Il confronto fino a dicembre 2025 è interamente dato dell’Istat: +18,3% per chi spende meno e +15,0% per chi spende di più. Con l’IPCA di tutte le voci, ufficiale fino a dicembre 2025 e per il 2026 ricavato da beni e servizi con i pesi 2026, l’aumento dei prezzi da dicembre 2021 a settembre 2026 è +20,9% e il potere d’acquisto −6,2%. Come controllo ho confrontato il carrello nella media del 2025 con la media del 2021: +24,0%, che coincide con il dato dell’Istat ripreso dall’ANSA a gennaio.

Il confronto tra percepita e misurata usa per l’inchiesta della BCE le serie mediana e media dell’Italia; la misurata è l’Istat (NIC) dello stesso mese. La media 2024-2025 della percezione mediana è 5,4% e quella dell’inflazione misurata 1,3%: sono medie dei dati mensili.

Il picco di dicembre 2023 nelle retribuzioni è un pagamento di un solo mese. I dati sono stati scaricati il 2 novembre 2026 (le classi di spesa e i pesi il 3 novembre); il codice in R è nel file zip.

Fonti

Consultate il 2 e il 3 novembre 2026. Segno il grado di ogni fonte: primaria (chi produce il dato), elaborazione (su dati primari), secondaria.

  1. Istat, comunicato “Prezzi al consumo, dati provvisori ottobre 2026”, 30 ottobre 2026. Primaria. https://www.istat.it/comunicato-stampa/prezzi-al-consumo-dati-provvisori-ottobre-2026/
  2. Istat, banca dati (NIC per tipologia di prodotto; IPCA per classi di spesa delle famiglie e relativi pesi 2026; retribuzioni contrattuali), consultata il 2 e il 3 novembre 2026. Primaria; elaborazione su dati primari. https://esploradati.istat.it/
  3. BCE, Consumer Expectations Survey, inchiesta sulle famiglie, serie dell’Italia (mediana e media dell’inflazione percepita a 12 mesi). Primaria. https://data.ecb.europa.eu/data/datasets/CES
  4. Istat, “Le spese per i consumi delle famiglie, anno 2025”, 8 ottobre 2026, p. 4. Primaria. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/REPORT_Spese-per-consumi-2025.docx.pdf
  5. Eurostat, indici armonizzati dei prezzi al consumo (prc_hicp_midx), per il controllo dell’IPCA di tutte le famiglie. Primaria. https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/prc_hicp_midx/default/table
  6. Instagram, account angelogrecoofficial, carosello con la copertina «Dicono che l’inflazione è al 5%… ma mentono», 11 slide, letto il 2 novembre 2026. Secondaria. https://www.instagram.com/p/DfOrokvCGIz
  7. Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore, sondaggio del 14-19 ottobre 2026 (2.000 interviste), prima pagina del 2 novembre 2026, letto tramite rassegna stampa e agenzia. Secondaria; domanda e metodo non compaiono nei resoconti letti.
  8. ANSA, “Italy’s shopping trolley price index has risen 24% since 2021”, 16 gennaio 2026, https://www.ansa.it/english/news/2026/01/16/italys-shopping-trolley-price-index-has-risen-24-since-2021_1710747e-9bd0-485b-9e85-b22bc675c1cd.html ; ANSA, carrello della spesa più caro del 29,5% in 5 anni (paniere del Sole 24 Ore), 31 agosto 2026, https://lavocedinewyork.com/ansa/2026/08/31/in-italia-carrello-della-spesa-piu-caro-del-295-in-5-anni/ (copia dell’agenzia). Secondaria.